Antiquariato sentimentale e forte umanità nelle “Sorelle Materassi”

Bisognerebbe nominare zie d’Italia le sorelle Teresa (Lucia Poli) e Carolina (Milena Vukotic) Materassi. Sono abilissime nel ricamo e perciò ricercatissime e pagatissime, tanto da essere riuscite a riacquistare i beni perduti dal padre scialacquone e a mettere da parte un gruzzolo rassicurante. Non hanno vizi né svaghi. Il loro divertimento sta nel parlottare e sussurrare e rimembrare mentre lavorano di ago e filo su un pezzo di stoffa che trasformeranno in capolavoro. A volte rimbrottano la fantesca Niobe, altre volte battibeccano con la terza sorella Giselda, che ha un difetto insopportabile: con chiunque parli, gli punta addosso un dito ammonitore se non addirittura accusatore. Ma soprattutto hanno un cuor d’oro. Quand’è ancora un bambino, non esitano a prendersi in casa Remo, il figlio di una quarta sorella che lo ha lasciato orfano. Remo è bello come il sole. Le due zitelle lo allevano, tentano inutilmente di farlo studiare, lo viziano. Divenuto giovanotto, Remo trascorre le giornate imitando il nonno buonanima: cioè spendendo e spandendo i denari delle zie, portandole sul lastrico e, dopo uno strambo matrimonio con una ricca americana, le obbliga a ricamare non più per papi e granduchesse, ma per le borghesucce del circondario.

Come considerare «Sorelle Materassi»? Con quali occhi guardare questo romanzo di Aldo Palazzeschi che, pubblicato nel 1934, divenne presto celebre? Satira? Pittura d’ambiente? Analisi di un transfert amoroso? Forse tutto questo insieme. Di sicuro, collocando la vicenda in una provincia appartata e pettegola (Coverciano, dove si pensa che Boccaccio abbia scritto il Decamerone), Palazzeschi ci mostra quale possa essere il grado di cecità, e quindi di perdizione, cui può condurre un amore tardivo, quasi senile, dopo che questo stesso amore è stato sempre soffocato «per mancanza di tempo».

Nel corso dei decenni «Sorelle Materassi» ha offerto succosa materia al cinema e alla tv, quando questa sfornava sceneggiati in bianco e nero. Adesso eccolo arrembare il teatro con una pregevole riduzione del toscano Ugo Chiti che, lavorando drasticamente di potatura, porta il romanzo al suo nucleo essenziale con pochi personaggi (il teatro oggi è povero) e con la regia di Geppy Gleijeses, che più affettuosa, più attenta all’antiquariato sentimentale, più sensibile al ritratto umano non si potrebbe desiderare.

Nell’interno borghese con vista su un giardino disegnato da Roberto Crea, ecco davanti a noi il piano inclinato che porterà le Materassi alla disfatta economica in nome dell’amore più abbagliato che si possa immaginare. E c’è un motivo. Questo loro nipote Remo è un gran seduttore, conquista con facilità amici e femmine, nessuno sa dirgli di no, riesce persino ad acquistare impunemente un’automobile con cui dovrà lavorare. “Quale lavoro?” gli chiedono le zie esterrefatte. “Non lo so” risponde lui col solito sorriso tiraschiaffi.

Nello spettacolo Remo è Gabriele Anagni. Glejieses ne fa una specie di Giacomo Puccini col largo cappello di traverso, il baffo seducente e la sigaretta incollata alla bocca. Remo-Anagni scuote il microcosmo domestico con le folgori vellutate dell’impunito che fa e disfa ciò che vuole. Inutilmente la zia Giselda di Marilù Prati tenta, col suo solito malumore, di aprire gli occhi alle altre, ma non c’è verso. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere e le due sorelle Materassi non vogliono vedere.

Con Lucia Poli che è Teresa e Milena Vukotic che fa Carolina, le Materassi toccano un vertice di godibilità espressiva che non sarà facile dimenticare. Entrano in scena come ombre timide e tremule sovrastate da un papa per il quale hanno ricamato una stola, dopo di che si offrono in piena luce nell’esercizio della loro attività di miniaturiste del ricamo, ma soprattutto nella strana alleanza di due donne diverse nel carattere, ma accomunate da un sentimento d’amore che rasenta il masochismo.

La Poli è puntuta, apparentemente volitiva, fa capire che in casa comanda lei. La Vukotic è aerea, una farfalla leggera persa in un irrefrenabile trasporto amoroso. Insieme, formano una coppia superba, irresistibile nelle minuscole gag e dominata da una leggerissima ombra di grottesco che culmina in almeno due scene. La prima avviene quando le sorelle, dopo avere firmato la cambiale che le rovina, se ne vanno a festeggiare con il nipote abbigliate come due fatalone primo Novecente. La seconda è quando appaiono alle nozze di Remo con la ragazzona americana di Roberta Lucca in abito bianco come se fossero loro le vere spose (al transfert non si comanda). Ecco, a queste apparizioni il pubblico proprio non resiste, tributa applausi che alla fine premiano anche (e doverosamente) la fantesca Niobe di Sandra Garuglieri.

Osvaldo Guerrieri

LA STAMPA del 01.02.2017

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